L’assassinio di Giulia Cecchettin ha toccato profondamente – se non in certi casi addirittura sconvolto – gran parte della popolazione italiana e ha pesantemente riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il triste fenomeno dei femminicidi che si sono succeduti e accentuati negli ultimi tempi (anche se, per la verità, in Italia meno che in altri Paesi, come ad esempio la Francia). Lo ha mostrato anche la grande partecipazione alle manifestazioni svoltesi in tutta Italia il 25 novembre.

Per la gran parte degli osservatori, la violenza di genere dipende per lo più da un fatto culturale, vale a dire dalla permanenza di una concezione trasmessa dal passato, che comporta un’idea di superiorità e di dominio dei maschi sulle femmine. Spesso questa cultura è stata definita come patriarcato, ma forse è più opportuno usare la locuzione più diretta dì “maschilismo”.

Come si è detto, si tratta di valori trasmessi da molto tempo, sino ancora a qualche decennio fa, verso cui le donne, giustamente, si sono ribellate, in particolare negli ultimi lustri. Ma quello che queste ultime hanno intrapreso – oggi sostenute anche da molti uomini – è un percorso lungo e difficile, irto di problemi e resistenze. Ed è ancora all’inizio: i diritti alle donne non sono ancora stati concessi in modo paritario a quelli attribuiti agli uomini. Non dimentichiamo che una condizione elementare – e oggi data per scontata – come il diritto di voto alle donne è stato instaurato solo a metà del secolo scorso e che si rilevano tutt’ora differenze sociali ed economiche, non ultime quelle retributive.
Resta il fatto che la cultura maschilista permane ancora pesantemente anche in Italia: lo ritiene (secondo un sondaggio Eumetra effettuato per la trasmissione “PiazzaPulita” su La7) la grandissima maggioranza (78%) della popolazione della nostra penisola. Ma lo pensano, come è normale e come era forse prevedibile, di più le donne, tra le quali questa percentuale sale all’84%. Ma anche, ciò che è molto significativo, i giovani fino ai 35 anni (83%) che sono i testimoni principali e al tempo stesso i protagonisti primari di una profonda trasformazione in atto.
Una percentuale così alta di consapevoli della permanenza di una cultura che discrimina le donne è un dato molto importante ed è testimone al tempo stesso della volontà di superarla.

La domanda è quindi “che fare”? In particolare, la politica può agire in qualche modo per frenare la violenza di genere? Il già citato sondaggio Eumetra ci dice che secondo il 71% degli intervistati (76%, tra le donne) le forze politiche al governo e all’opposizione possono utilmente intervenire.

Ma in cosa devono concretizzarsi questi interventi, cosa possono fare di fatto le forze politiche? La metà degli intervistati (50%) ritiene che si debbano aumentare le risorse per l’educazione di genere e la prevenzione. Diversi altri (30%) sostengono che debbano essere elaborate nuove leggi (in questa risposta troviamo una accentuazione da parte delle donne e degli elettori del centrodestra). Infine, un gruppo folto, ma minoritario (20%) afferma che occorre semplicemente inasprire le pene tenendo le leggi attuali.
In realtà, il problema è, come si è detto, quello di una cultura tradizionale, progressivamente in estinzione. Si tratta dunque di favorire questo processo di mutamento, che è in atto specialmente tra i giovani, soprattutto attraverso opportune azioni formative ed educative. Siamo in mezzo ad una vera e propria rivoluzione dei rapporti tra i sessi: occorre sostenerla.