Il Paese è diviso sull’opportunità di riconoscere maggiore autonomia alle singole regioni

La Lombardia e il Veneto assomigliano alla Catalogna per il relativo successo economico in confronto al resto dei rispettivi paesi. Anche questo è un fattore che spiega – o forse ispira – le pulsioni autonomistiche che si colgono sia in Spagna sia in Italia. Certo, con differenze enormi tra le due situazioni. La Catalogna, come si sa, reclama addirittura l’indipendenza e desidera diventare una nazione autonoma. Da noi si ragiona su scenari completamente differenti, tanto che entrambi i referendum sull’autonomia, indetti in Lombardia e in Veneto, propongono sì un allargamento e un’accentuazione di quest’ultima, ma specificando che la richiesta è avanzata nel quadro indiscutibile dell’unità nazionale.

Ma fino a che punto i lombardi e i veneti – e la popolazione italiana nel suo insieme – credono davvero nella necessità di allargare la sfera dell’autonomia delle rispettive regioni? E qual è il loro atteggiamento rispetto al referendum? Un sondaggio da noi svolto la scorsa settimana mostra come l’aspettativa di autonomia sia molto diffusa nelle due regioni del Nord, ma come al tempo stesso essa sia presente, sia pure in misura minoritaria, anche nelle altre regioni italiane.

Nell’insieme, il 61% degli abitanti di Lombardia e Veneto esprime una richiesta di maggiore autonomia per la propria regione (con una accentuazione in Lombardia). Tra costoro, una minoranza che ha tuttavia una sua estensione relativa (15%), arriva ad auspicare una autonomia totale (qualcuno dice “l’indipendenza”) dal resto del Paese, mentre la maggioranza (46%) desidera un allargamento dell’autonomia parziale di cui già godono le singole regioni, specie nell’ambito della sanità e delle politiche del lavoro, senza dimenticare la tematica fiscale (che tuttavia non è la prima tra gli ambiti di maggiore autonomia desiderati e che è indicata dal 15%). A costoro si contrappone grossomodo un terzo (34%) dei lombardo-veneti, che afferma di non ambire ad una maggiore autonomia “perché la situazione attuale va già bene” e un altro 6% che vorrebbe al contrario una riduzione del grado di autonomia attualmente goduto da queste regioni.

Come si è detto, però, l’ambizione ad una maggiore autonomia non è una caratteristica delle sole due regioni interessate al prossimo referendum (Lombardia e Veneto), ma si riscontra, seppure in misura minore, anche nel resto della popolazione italiana, residente in altre parti del Paese. Complessivamente, infatti, il 49% (vale a dire quasi la metà) degli intervistati sul territorio nazionale chiede una accentuazione del grado di autonomia della propria Regione (il 9% si spinge a chiedere la “totale indipendenza”).

Una percentuale quasi analoga di italiani (45%), tuttavia, è di parere esattamente opposto e ritiene che quanto riconosciuto già oggi alle singole regioni, sia sufficiente. Se a costoro aggiungiamo quanti (6%) pensano che il livello di autonomia concesso dalla legge vigente sia eccessivo (e ne propongono quindi una riduzione) vediamo distintamente come la questione dell’allargamento dei poteri alle regioni spacchi letteralmente in due l’opinione pubblica italiana, con una metà di favorevoli e una metà di contrari. I primi si trovano più frequentemente nelle regioni del Nord e, com’era prevedibile, tra i votanti per la Lega (ma con una accentuazione anche tra gli elettori del M5S). È tra i sostenitori del PD, invece, che si rileva la più intensa accettazione dell’ordinamento attuale.

Grafico 1 – Valori percentuali

Tutto ciò, naturalmente, ha importanza nel formare le opinioni sul prossimo referendum. Nell’insieme di Lombardia e Veneto, la grande maggioranza, il 60% degli intervistati (non a caso una cifra analoga a quella, già vista, dei sostenitori di un allargamento del grado di autonomia attualmente goduto delle rispettive regioni), vede con favore la consultazione indetta per il 22 ottobre (con una accentuazione relativa in Lombardia), mentre solo il 17% si dichiara contrario, a fronte di un 23% che manifesta la propria indifferenza all’iniziativa. Ed è forse significativo il fatto che il “favore” sia espresso anche dal 35% della restante popolazione italiana, benché non sia chiamata a votare, con una significativa accentuazione nelle altre regioni del Nord, specie in Piemonte. Beninteso, “favore” non significa necessariamente partecipazione, il che rende, considerato il tempo che ancora manca alla consultazione, ancora incerta l’affluenza alle urne, specie in Veneto dove è richiesto il quorum. Le adesioni maggiori provengono dai giovani e da chi esercita professioni di rango più elevato. E, ovviamente, dagli elettori della Lega Nord, e, sia pure in misura minore, tra quelli di Forza Italia, mentre tra i votanti per il Pd si registrano evidenti aree di perplessità.

Grafico 2 – Valori percentuali

Anche alla luce di questi dati, si ripropone comunque il fatto che il tema dell’allargamento della attuale sfera di autonomia concessa alle regioni divida il Paese in due fronti opposti, di misura sostanzialmente uguale. C’è chi è favorevole, specialmente al Nord, e chi è contrario. Non c’è dubbio che si tratti di una questione prioritaria da risolvere, necessariamente nella prossima legislatura.