Una riflessione su possibili alternative alla democrazia rappresentativa

I sondaggi e le lotterie sono oggi la sola speranza di chi vuole una vera democrazia rappresentativa, le elezioni sono solamente lo strumento per costruire, al massimo, una oligarchia, più o meno allargata. Le elezioni non sono più uno strumento democratico in grado di rappresentare una adeguata e democratica trasmissione degli interessi dei cittadini. La risposta al problema: torniamo ad usare l’estrazione a sorte (tipica della statistica, dei sondaggi e delle lotterie) per costruire organismi consultivi e decisionali che consentano veramente la trasmissione democratica e limitino il professionismo nella politica. La proposta non è nuova, in realtà, ha l’età della democrazia. Ovvero: circa 2500 anni. Risale ai tempi dell’Atene del V sec a.c., ma è passata in Italia nel Rinascimento. Se volete saperne di più, leggete il godibile libro del ricercatore olandese David van Reybrouck, pubblicato da Feltrinelli nell’autunno del 2015, dal titolo significativo: “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico”. Potreste scoprire che una buona ricerca sociale (non un mesto sondaggino su quale partito o candidato vincerebbe questa settimana) o una estrazione in stile lotteria sono più sinceramente democratiche di un intero processo elettorale. Vi sembra tutto una grande sciocchezza? Con l’aggravante dell’evidente conflitto di interesse: chi scrive vive di ricerche, un vulnus intollerabile.  Forse sì, ma valutate questi aspetti, forse portano un piccolo contributo alla riflessione sulla interrelazione fra buona politica e buona società.

La malattia della democrazia rappresentativa e dell’elezione come processo di trasmissione del volere del cittadino

Il tema del distacco dei cittadini italiani dalla politica è misurabile con qualsiasi strumento, nemmeno tanto scientifico. E il distacco che si evidenzia qui lo si ritrova – speculare – in tutto il mondo occidentale. Un filo rosso, talvolta nero, di movimenti di protesta orientati alla democrazia diretta o perlomeno a saltare le mediazioni della politica classica. Da Occupy Wall Street a Podemos ed altri epigoni. Ma anche una sequenza di movimenti e candidature populiste, “lontane dalla politica”. Tanti esempi e di attualità: la campagna per le presidenziali USA 2016 o i movimenti estremisti e populisti diffusi per tutta l’Europa. L’ultimo episodio: l’elezione dei Länder tedeschi di domenica 13 marzo, il successo di AfD, partito xenofobo, in crescita soprattutto nei territori ex DDR.

Mentre in tanti si interrogano sul tema politica e società, in Italia si scaldano le macchine  di costruzione del consenso politico, in vista delle prossime amministrative. Questo processo non è esente da intoppi: si pensi agli infiniti esempi delle ultime settimane relativi ai processi di selezione dei leader della prossima tornata elettorale (polemiche sulle primarie di centrosinistra, centrodestra e 5Stelle), per non parlare della rinnovata conflittualità attorno al governo con le dimissioni della ministra Guidi.

Nel mentre, i voti che i cittadini danno agli organi di trasmissione del consenso sono i più bassi di sempre (la fiducia nei partiti e nelle istituzioni).

La stessa partecipazione elettorale è in calo. Un politologo ha proposto – provocatoriamente o meno – di lasciare vuoti gli scranni dei non eletti causa astensione, invece che coprire tutti i seggi con i voti degli elettori, che in occidente rappresentano maggioranze sempre più risicate.

Nel suo libro “Contro le elezioni”, van Reybrouck suggerisce che vengano fortemente rivisti i processi di selezione del personale politico. Non solo quelli dei politici di professione, ma anche quelli del personale politico (potenzialmente con incarico a termine) chiamato a rappresentare la cosiddetta “società civile”.

L’elezione e il successivo agire politico di entrambi, professionisti e rappresentanti della società civile, in realtà tendono a costruire modelli apparentemente competenti (ed efficienti), ma che inevitabilmente creano processi di costruzione e perpetuazione di un élite. L’approccio top down di casta messo oggi sotto accusa da tutti i movimenti di democrazia diretta (ma anche da quelli populisti).

La democrazia “aleatoria”  

La soluzione di una estrazione casuale di rappresentanti da una popolazione per chiedere loro di prendere decisioni nel bene dell’intera comunità è inconcepibile?  È senza dubbio la soluzione usata nell’antica Grecia di Pericle e sostenuta da Aristotele. Van Reybrouck sostiene che, proprio nella culla della democrazia, le elezioni venivano – già allora – considerate uno strumento del “governo dei migliori”, ovvero uno degli elementi qualificanti nel governo oligarchico di qualità. In fondo un’eco di ciò è riecheggiata negli ultimi 20 anni: “Eleggiamo chi sa, selezioniamo i migliori dalla società civile, cooptiamoli nei processi della politica, rendiamola più competente”. Questo è certamente successo negli ultimi decenni. Peccato che, nel medesimo periodo, il distacco fra politica e società si sia ampliato anziché ridursi.

Questo basta per affidarsi al sorteggio? O la soluzione è peggiore del problema? Van Reybruck sostiene – con un filo di malizia, ben dissimulato peraltro dalla serietà del discorso – che, in fondo, gli argomenti contrari all’adozione di una democrazia del sorteggio siano terribilmente simili a quelli usati contro l’estensione del voto a partire dal XIX secolo all’intera popolazione, comprendendo persino… le donne. “Ma allora volete che chiunque possa partecipare alla presa delle decisioni!”. È la democrazia, bellezza.

Dietro il libro di van Reybrouck peraltro esiste un intero filone della scienza politica, nota quasi solo agli esperti,1 che studia appunto come curare la malattia delle democrazie contemporanee: il distacco della politica dai cittadini, la caduta della credibilità delle istituzioni politiche, facendo ricorso alle pratiche di democrazia antiche e moderne. Che comprendono anche l’estrazione a sorte. In fondo, un residuo dell’estrazione a sorte è rimasta nell’istituto delle giurie popolari nei tribunali in occidente.  A quell’istituto molti paesi affidano la vita e il futuro dei cittadini inquisiti. Perché, se questo istituto ha sostanzialmente ben funzionato non lo si deve considerare nelle sue altre potenzialità (sostiene il politologo olandese)?

Tranquillizzerà i pochi lettori arrivati fin qui il sapere che le soluzioni ritenute più praticabili da questo filone fanno capo ad un saggio blend delle tecniche basate sull’alea e quelle basate sulle elezioni. Anche secondo van Reybrouck una medicina efficace contro l’antipolitica distruttiva e la politica a difesa delle élite politiche potrebbe essere basata proprio su un intelligente blend fra le due logiche, elettive e di sorteggio. Potremo avere, ad esempio, un parlamento a due camere: una eletta dal popolo e una sorteggiata fra il popolo. Chi se la sente di dire, senza averci prima ragionato molto a fondo, che questo sistema sarebbe peggio di certi sistemi bicamerali di nostra conoscenza?

Orizzontalità e democrazia rappresentativa aleatoria

Come alcuni amici lettori sanno, in Eumetra Monterosa si parla da tempo di orizzontalità e consumatore 3.0. Per dire che il cambiamento atteso nelle relazioni sociali (incluse le relazioni di consumo fra marca e cliente) va verso il superamento delle dinamiche verticali e top down e verso una relazione orizzontale (P2P), più rispettosa degli interessi portati dalla società.  Cosa c’entra ora l’orizzontalità con la democrazia aleatoria? Sentite cosa scrive van Reybrouck: “il modello classico patriarcale che i partiti applicano per difendere degli interessi non funziona più. Il cittadino è diventato più autonomo che mai. La democrazia rappresentativa (basata su elezioni) per essenza è un modello verticale, ma il ventunesimo secolo diventa sempre più orizzontale. Jan Rotmans professore olandese di gestione della transizione ha detto di recente ‘andiamo dal centro alla periferia, dal verticale all’orizzontale (…) ci sono voluti più di 100 anni a costruire questa società: centrale, dall’alto in basso, verticale. Tutto questo modo di pensare è ora sotto-sopra. Abbiamo molto da disimparare e da apprendere. Il più grosso ostacolo è la nostra mente.”

Da poco Eumetra Monterosa ha iniziato a lavorare sulle conseguenze pratiche del concetto di orizzontalità per imprese e istituzioni, il primo lavoro strutturato è stato il progetto “Infosfera” sul futuro dell’informazione e dell’editoria. Questa piccola grande rivoluzione riguarderà anche tanti altri settori, dalla tecnologia, alla finanza personale, alla mobilità, come le relazioni con le istituzioni pubbliche e sociali.  Stimoli creativi per pensare, con rigore ed attenzione, a soluzioni diverse dalle solite non devono essere lasciati cadere, non solo dai ricercatori di Eumetra Monterosa.

 

1 Ad esempio, James Fishkin e la scuola di democrazia deliberativa: come costruire processi decisionali funzionanti e rappresentativi della società assegnando ad un campione di cittadini estratti a sorte ma serviti da un sistema di informazioni adeguato il compito di prendere decisioni. Un approccio che ha creato anche la tecnica del “sondaggio deliberativo” di cui Eumetra Monterosa è fra i pochi istituti italiani ad avere esperienza, grazie  alla pratica del team socio-politico guidato dal professor Mannheimer.