Cresce la disaffezione verso l’UE e ben il 44% vorrebbe un referendum per decidere sulla permanenza dell’Italia nell’istituzione comunitaria

Il referendum sulla cosiddetta “Brexit” costituisce una delle scadenze più importanti che ci attendono nelle prossime settimane. La possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe costituire infatti una circostanza dirompente – e gravissima – nel già tormentato e precario equilibrio dei rapporti attuali tra gli Stati membri della UE. Secondo il premier inglese Cameron, gli sconvolgimenti sarebbero tali da poter portare addirittura a focolai di guerre.

E l’Italia? Ci si può domandare se i nostri concittadini potrebbero desiderare che una consultazione del genere fosse indetta anche nel nostro Paese. L’ipotesi non è campata in aria, ma sorge dalla constatazione di un trend in atto da tempo: gli italiani hanno mostrato in questi anni una diffidenza sempre crescente verso l’Unione Europea. Specie in concomitanza con l’inizio della crisi economica, il nostro rapporto con la UE si è progressivamente deteriorato e sempre meno cittadini hanno espresso fiducia in questa istituzione. Si è scesi da un consenso registrato per l’Unione Europea pari addirittura al 70% nel 1994, al 64% rilevato nel 2005, e poi in continua discesa al 60% nel 2008, 57% nel 2010 e 51% nel 2011. Il dato è poi calato ancora, sino a giungere attorno al 39-40% nel 2012-13 e a crollare poi al 27% registrato oggi. Insomma, in relativamente poco tempo, si è verificato un abbassamento drastico dei giudizi positivi espressi nei confronti dell’istituzione comunitaria del nostro continente.

Nelle dichiarazioni degli intervistati, l’idea di Europa unita è sempre più associata a burocrazia e, spesso, ad un rigore eccessivo e non a coesione e sviluppo. Insomma, l’entusiasmo iniziale che gli italiani avevano dimostrato nei confronti dell’unità europea nel momento in cui questa faceva i primi passi (a quel tempo, gli italiani erano i più “europeisti” tra tutti i cittadini del continente) si è progressivamente affievolito, sino a tramutarsi oggi in diffuso sospetto e, spesso, in diffidenza.

Alla luce di questa situazione, non sorprende dunque che una quota notevole (anche se non maggioritaria) dei cittadini del nostro Paese manifesti esplicitamente il desiderio che una consultazione del tipo di quella imminente nel Regno Unito (e che potrebbe condurre alla Brexit) possa avere luogo anche da noi.

Lo rivela un recente sondaggio condotto su di un ampio campione rappresentativo della popolazione italiana al di sopra dei 17 anni di età. Alla domanda: “Vorrebbe che un referendum sullo stare o meno nell’Unione Europea venisse indetto anche in Italia?”, infatti, ben il 44% degli intervistati risponde affermativamente. È vero che la maggioranza, il 57%, esclude nettamente un’eventualità del genere, ma è vero anche che la numerosità delle espressioni a favore di un possibile referendum – che raggiungono quasi metà del campione – è tale da sorprendere più di un osservatore. E ci dà una misura (per molti versi preoccupante) della diffusione del sentimento di disagio verso l’Unione Europea anche nel nostro Paese. Da questo punto di vista, l’aspetto forse più significativo, che emerge da un’analisi dettagliata dei risultati della ricerca, sta nel fatto che a desiderare in misura relativamente maggiore (49%) l’indizione di un referendum sulla nostra permanenza o meno nell’Unione Europea sono gli appartenenti alla generazione dei più giovani, sotto i 25 anni di età. Insomma, proprio le nuove leve di cittadini, quelle che di Europa hanno avuto spesso esperienza personale e diretta (data la facilità con cui oggi i giovani si muovono) si mostrano le più desiderose di pronunciarsi in merito all’opportunità o meno di restare nella UE.

Sul piano dell’orientamento politico, com’era ovvio attendersi, le richieste più accentuate per la realizzazione di un referendum anche nel nostro Paese provengono da quanti esprimono l’intenzione di voto per i partiti la cui leadership insiste più spesso per posizioni anti-europeiste, quali la Lega Nord o il Movimento Cinque Stelle (in entrambi i casi, 68% di “Sì” all’idea di indire in Italia un referendum sull’Europa).

Ma se questo referendum si svolgesse per davvero, come voterebbero gli elettori? Per restare in Europa o per andarsene dalla UE? Il risultato dipenderebbe naturalmente dalla campagna elettorale, dai toni e dagli argomenti che la caratterizzerebbero. Ma oggi, “a freddo”, l’esito, rilevato dal medesimo sondaggio, appare tendenzialmente a favore della permanenza nell’UE, senza far emergere tuttavia un pronunciamento dirompente in questo senso. Dichiara infatti quest’ultima opzione il 62% degli intervistati. Una maggioranza netta, ma forse di dimensioni minori di quanto si sarebbe rilevato solo qualche anno fa. Colpisce dunque l’esistenza di una porzione ampia, pari a più di un italiano su quattro (27%), che vorrebbe abbandonare da subito l’Unione Europea. Se a questa si aggiunge la non indifferente quota di indecisi (12%), si ha, ancora una volta, la misura dell’estensioni dell’Euroscetticismo nel nostro Paese.

Analizzando i dati separatamente tra chi in precedenza ha dichiarato di volere o meno l’effettuazione del referendum, si osserva una significativa differenziazione nelle intenzioni di voto. Nel senso che quanti auspicano la consultazione si schierano prevalentemente (48%, la maggioranza relativa) per il “No” alla nostra permanenza nella UE. Mentre l’opposto (vale a dire una netta maggioranza, 77%, di “Sì” all’Europa) accade tra chi nega l’opportunità di una consultazione su questo tema. In altre parole, come era facile intuire, chi vuole il referendum vuole anche, per buona parte, uscire dalla UE.

Uno scetticismo presente – anche questi ultimi dati lo confermano – specialmente tra i più giovani, tra i quali il 36%, dunque assai più di un terzo, in un ipotetico referendum, voterebbe “No” alla permanenza del nostro Paese nella UE, con una ulteriore accentuazione tra chi possiede un titolo di studio meno elevato (i laureati sono infatti in netta maggioranza per il “Sì”). Al riguardo, è interessante anche rilevare come, dal punto di vista della connotazione socioeconomica, si schierino in maggior misura per l’uscita dall’Europa le classi meno elevate, specie gli operai e, in generale, coloro che esercitano professioni meno remunerative. Si tratta di ceti particolarmente colpiti dalla crisi economica degli ultimi anni. I cui effetti vengono ricondotti, a torto o a ragione, in misura significativa all’appartenenza alla UE.

L’insieme di questi dati mostra come l’Euroscetticismo si diffonda rapidamente anche nel nostro Paese. Le nuove generazioni – e al loro interno specialmente chi vive in una condizione più disagiata – esprimono sempre più dubbi e perplessità nei confronti della UE. A buona parte di costoro, l’idea della “Brexit” non dispiace. Tanto che molti vorrebbero attuarla anche in Italia.