Candidarsi o non candidarsi? È questo il dilemma che assilla in questi giorni molti leader politici, in primis Giorgia Meloni e Elly Schlein. Le elezioni europee, infatti, si avvicinano e occorre decidere.

Ed entrambe le leader che abbiamo appena citato necessitano in questo momento di voti: Meloni per garantirsi un prevedibile grande successo che consolidi il suo primato (pur senza umiliare troppo i suoi alleati che si avviano, stando almeno agli attuali sondaggi sulle intenzioni di voto, ad un risultato relativamente modesto) e Schlein per rafforzare la propria posizione nel suo partito, che è apparso in questi ultimi tempi particolarmente diviso al suo interno.
Da questo punto di vista, dunque, entrambe avrebbero convenienza a presentarsi personalmente alle elezioni. La candidatura di un leader, infatti, come si sa, può portare molti voti aggiuntivi, dato che spesso la motivazione della scelta elettorale si basa in larga misura proprio sulla figura del candidato e quelli più conosciuti “tirano” ancora di più. Ciò vale specialmente in occasione delle elezioni europee, che sono da molti considerate un voto in qualche modo in “libera uscita”, senza effetti immediati sul contesto nazionale: per questo la figura del leader e della possibile simpatia da questi esercitata conta in misura ancora maggiore.

Dall’altra parte, è del tutto evidente e noto che le candidature di questi personaggi possono essere considerate come una sorta di “civetta” (alcuni l’hanno più sbrigativamente denominata una “truffa”), poiché è chiaro che costoro si dimetteranno appena eletti, non essendo possibile per loro esercitare al tempo stesso la funzione di capo del governo o di segretario di partito e quella di parlamentare europeo.

Ci si può dunque presentare, pur sapendo che ci si dimetterà dalla carica appena eletti? Ma che cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica? Lo ha rilevato il recente sondaggio Eumetra condotto per la trasmissione “Piazzapulita” in onda su LA7.
Ne emerge un dato dirimente: due terzi (66%) degli intervistati si si esprimono avversamente alle candidature “finte” dei leader politici in occasione delle elezioni.
Si tratta, con tutta evidenza, di un segnale assai forte ai partiti ai loro esponenti. Ed è significativo il fatto che questa percentuale è ancora più alta (71%) tra chi è oggi indeciso sul partito da scegliere per il voto alle prossime europee e si dichiara pertanto tentato di disertare le urne. In altre parole, è vero che le candidature “civetta” possono certo attirare voti, ma è anche vero che esse risultano esercitare uno stimolo al comportamento astensionista, proprio quello che ripetutamente i leader politici dicono di voler combattere.
Questa ampia presa di posizione contro le candidature “finte” appare relativamente uniforme nei vari segmenti di intervistati. I giovani si dichiarano un po’ più possibilisti (44%) sulla opportunità di candidarsi, ma anche tra essi la maggioranza manifesta la propria avversione.
Anche gli elettori del centrodestra appaiono relativamente meno ostili alle candidature dei loro leader, Ma anche in questo caso la gran parte (54%) esprime contrarietà.
Viceversa, assai più netta appare la situazione tra i votanti del Pd, ove addirittura l’81% ritiene sbagliata la candidatura alle elezioni da parte di chi poi non potrà esercitare il proprio mandato: un bel problema per Elly Schlein.
Nell’insieme, dunque, l’idea delle candidature “fasulle” suscita larghe perplessità nell’elettorato. È possibile che i leader decidano ciò nonostante di partecipare direttamente alla gara delle europee, ma è probabile che ciò, alla fine, provochi un ulteriore incremento della già modesta fiducia nella politica da parte dei cittadini.

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