Il 2023 si è rivelato ancora un anno complesso, caratterizzato da una perdurante inflazione (che pare ora frenare), da eventi climatici devastanti, dallo scoppio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, che sta destando grandi preoccupazioni, e dal persistere di importanti dissidi sociali. Difficoltà che continueranno a influenzare lo scenario 2024. Come prepararsi in vista del nuovo anno? Quali saranno i principali trend a cui prestare attenzione? Sulla base delle evidenze emerse dal Knowledge Building Eumetra, il sistema di osservatori continuativi che analizzano l’evoluzione delle persone, con focus su specifici settori, ne abbiamo individuati cinque. Che siano da bussola per navigare “per l’alto mare aperto”. Con il nostro augurio di Buone Feste e felice 2024!

1. Come gestire l’Intelligenza Artificiale, l’innovazione che è qui per restare

L’Intelligenza Artificiale è stata l’hype del 2023, un trend che probabilmente è destinato a restare nel 2024. L’AI è stata sulla bocca di tutti, ma gli aspetti affrontati sono stati soprattutto quelli da “addetti ai lavori”. Eumetra ha provato a fare chiarezza sul tema, rimettendo al centro il pensiero delle persone, con un’indagine su 2.000 individui (qui tutti i risultati della ricerca), da cui derivano alcune indicazioni per le Aziende che desiderano governare e non naufragare in questo hype:

  • c’è ancora molta confusione sul tema: il 40% ammette di averne sentito parlare, ma non se sa molto.
  • Le persone hanno fame di conoscenza, soprattutto sugli aspetti che influenzano pragmaticamente la propria vita quotidiana: il 22% dice di informarsi attivamente.
  • Le implicazioni dell’AI nella vita di tutti i giorni sono vissute in maniera segmentante: alcune sono attese, altre preoccupano, con risvolti diversi soprattutto in base all’età delle persone.
  • Non si può parlare di AI “tout court”, come se l’entusiasmo dei professionisti (o i loro timori) si riproducesse automaticamente tra le persone. Come per ogni argomento, la comunicazione aziendale dovrebbe abbandonare il “parlare di sé”, per concentrarsi sui benefici o sugli effetti per i propri clienti e consumatori.

2. Lavorare sull’Etica per favorire una vera “inclusione”

Nell’ultimo anno, la propensione verso la Sostenibilità nel suo complesso è aumentata in quasi tutti i segmenti della popolazione. Lo rivela l’ultima edizione dell’osservatorio Eumetra “Benessere e Sostenibilità”. Tuttavia, se si approfondisce l’analisi, si scopre che questo maggiore coinvolgimento deriva soprattutto da un incremento delle preoccupazioni per l’ambiente, innescate dagli eventi degli ultimi mesi. Al contrario, l’attenzione verso l’Etica diminuisce.
Questo aspetto ha delle ricadute importanti sui temi dell’inclusione e del rispetto delle diversità (la cosiddetta cultura DE&I), su cui l’impegno in termini di CSR delle Aziende si sta oggi molto concentrando.
Per quanto riguarda l’«inclusione», non più del 18% della popolazione ha una propensione completa di accettazione delle varie diversità. Considerando anche atteggiamenti intermedi – di discreta accettazione, ma non completa – si arriva ad un massimo del 42%. Quindi un pilastro fondamentale della Sostenibilità – che è l’Etica – è ben lontano dall’essersi radicato. Si tratta di un elemento da monitorare e che può rappresentare un campo di azione strategico per le Aziende.

3. Tutti fan dell’economia circolare, a patto che costi meno

Si inserisce nel contesto di una maggiore attenzione alla Sostenibilità, questa volta ambientale, anche il tema dell’economia circolare: riciclo dei materiali e produzione di nuovi prodotti, usando il meno possibile materie prime nuove.
L’atteggiamento della popolazione verso questo modello di produzione e consumo più responsabile è piuttosto positivo. Tuttavia, c’è il sospetto che il tema del rispetto dell’ambiente sia di fatto marginale: la propensione positiva delle persone è infatti guidata soprattutto dalla convinzione che i prodotti dell’economia circolare abbiano prezzi più bassi.
In modo analogo a quanto accade per la Sostenibilità, anche per l’economia circolare l’adesione in termini ideali risulta alta, ma la disponibilità a tramutare il consenso in azioni concrete e comportamenti virtuosi viene meno quando non si riscontra un beneficio personale in termini economici. In altre parole, come per la Sostenibilità, anche nel caso dell’economia circolare la richiesta è che siano le Aziende a farsi carico di eventuali costi aggiuntivi.
Un elemento di cui tener presente nelle strategie di marketing e comunicazione legate ad attività nell’ambito dell’economia circolare.

4. Il futuro delle rinnovabili passa dalle comunità energetiche

Tra le principali misure previste dall’ultima COP28, c’è la triplicazione della capacità di energia rinnovabile nel mondo entro il 2030. In vista di questo traguardo, un aspetto che caratterizzerà sempre di più il futuro del settore energetico è lo sviluppo delle comunità energetiche, che possono coinvolgere cittadini privati, società, aziende ed Enti pubblici, con lo scopo di favorire l’autoproduzione e la successiva condivisione di energia rinnovabile all’interno della comunità costituita.
Molti enti pubblici come i Comuni si stanno già organizzando per coinvolgere i loro cittadini. Tuttavia, l’organizzazione dal “basso” fra privati è quella che funziona più speditamente, visto l’iter di autorizzazione più semplice. La conoscenza e la propensione verso questa possibilità è infatti abbastanza diffusa tra le famiglie italiane: il 41% le ha sentite nominare, ma la maggioranza non ne sa molto (Fonte: “Osservatorio Green Home – Smart Home”), quindi la notizia andrebbe resa più concreta, con informazioni più operative. Alla presentazione del concetto, il 39% dichiara di essere interessato ad aderire (certamente + probabilmente), tutto sta nel rendere maggiormente definita la proposta. Si tratta di una consapevolezza e di una propensione che aumentano tra chi ha già un impianto fotovoltaico. Una base importante da cui partire per favorire quella transizione energetica oggi più che mai necessaria e inevitabile.

5. L’auto che guideremo non sarà elettrica (a meno che…)

L’auto elettrica soffrirà e, in generale, si compreranno meno auto nuove… la situazione è eccellente per alcuni.
Al termine di COP28, il dibattito sui combustibili fossili è tutt’altro che terminato.
La percentuale di auto elettriche (sia BEV che PHEV/HEV) circolanti nelle cinque principali economie europee è decisamente bassa (Germania: 2,1%; Francia: 1,5%; UK: 1,2%; Spagna: 0,4%; Italia: 0,4%). Allo stesso tempo, le resistenze sono elevate: nel Paese con più autovetture elettriche circolanti in Europa, la Germania, con oltre 1,2 milioni di veicoli, il 39% dei cittadini tra i 18 e i 74 anni esclude nella maniera più decisa di voler acquistare un’auto elettrica. E così il 35% in Francia, il 26% in UK, il 23% in Spagna, il 21% in Italia (differenze minimali tra BEV, PHEV ed HEV). E i consumatori che stanno pensando di acquistare un’auto elettrica nei prossimi due anni sono decisamente pochi: dal 9% di UK e Spagna, al 6% dell’Italia (Fonte “rEVolution – New Mobility”).
Il nostro Paese sconta una bassa propensione all’acquisto di nuove auto in generale, la più bassa dei cinque Paesi Europei. A questa si sommano i ritardi nelle consegne, i costi sempre più alti delle nuove vetture, le incertezze sul ruolo delle autorità che nei grandi centri urbani regolano in maniera restrittiva la circolazione di autoveicoli privati.
L’effetto di tutto ciò non sarà quindi il rilancio della trazione elettrica guidata dall’acquisto privato, ma il proliferare di formule ibride di finanziamento: leasing, noleggio a lungo termine, forme di sub-locazione tra privati (che stanno già emergendo).