Come la cultura finanziaria arcaica italiana influenza la nostra educazione finanziaria

Benché l’Italia sia uno dei paesi con più storia, sulla ricchezza non abbiamo storia. Nel senso soprattutto che non abbiamo storia sociale: della ricchezza “fa brutto” parlare. La nostra miscela di cultura cattolica e di retaggio rurale guida i nostri pensieri. La ricchezza è nella “roba” (come diceva il Verga): case e terreni. Della ricchezza mobile (finanziaria) è meglio tacere. Al massimo occultare, sotterrare, per proteggerla. Questa abitudine rende ogni discorso sul tema della ricchezza un po’ imbarazzante: le persone rispondono a fatica a domande sul denaro, ne parlano poco anche in famiglia (quanti figli giovani sono informati delle scelte finanziarie dei loro genitori?).

La cultura arcaica del denaro genera gli imbarazzi descritti. Ma ha anche mostrato una capacità protettiva sorprendente. La gestione del denaro sarà arcaica finché si vuole, ma grazie a ciò anche oculatissima e protettiva. Ha protetto le famiglie italiane durante la crisi. Ha protetto lo Stato (con il suo debito pubblico, in parte creato proprio per favorire trasferimenti alle famiglie) dal default finanziario. I benefici di questa cultura arcaica della gestione del denaro si sono dunque visti a livello macro (il sistema Italia) e micro (la famiglia). Benché l’Italia abbia significative sacche di povertà, i casi di default finanziari della famiglia italiana sono stati in numero contenuto[1].

Ovviamente, questa cultura arcaica del denaro e della ricchezza ha molti lati negativi. Quando diventa un freno alla modernizzazione e all’adeguamento dei comportamenti alle necessità della famiglia contemporanea nascono problemi per la famiglia stessa. La famiglia moderna necessita di una forte capacità progettuale (e finanziaria) per reggere le sfide che le si pongono. Il tema previdenziale, occultato nel passato da una eccessiva generosità dello stato a scapito delle generazioni più giovani, richiede un planning finanziario che – per avere chance di successo – deve andare oltre la semplice tesaurizzazione (il denaro sotto il materasso, reale o virtuale) prevista dalla cultura finanziaria arcaica. Lo stesso per il futuro dei figli, la loro formazione e il loro futuro (casa, lavoro, nipoti). Così come la protezione da tutta una serie di rischi che una volta semplicemente non esistevano (si moriva prima). Come dicono alcuni economisti parlando di questo tema del lungo termine: il rischio di “sopravvivere ai propri soldi”. Ad esempio, le necessità di assistenza nella quarta età. Un tipo di assistenza crescente che – come ben sa chi ha avuto genitori anziani con necessità importanti di assistenza – il welfare pubblico riesce a coprire già oggi solo in minima parte.

La nostra cultura finanziaria arcaica diventa un’eredità imbarazzante specialmente quando veniamo sottoposti ai test comparati di “financial literacy” (cfr. OECD (2017), PISA 2015 Results)[2]. Anche tra i giovani, confrontati con i coetanei negli altri paesi sviluppati, l’Italia non brilla né per cultura finanziaria (la conoscenza dei concetti finanziari, il loro significato, la capacità di fare calcoli e confronti), né per pratica finanziaria: i nostri giovani hanno meno abitudine all’uso degli strumenti basici: un conto corrente, la lettura di un estratto conto, ecc.

Possiamo giustificarci affermando che, in fondo, siamo un Paese con una cultura non elevatissima (solo l’11-12% della popolazione adulta è laureata). Ma la nostra capacità di maneggiare una cultura del denaro moderna, sembra ancora da costruire. Paradossalmente, ci applichiamo molto di più ad imparare la tecnologia degli smartphone o dei social media (i vari Facebook, ecc.). In sintesi, non siamo incapaci, semplicemente non sembra interessarci molto. Peccato, perché questo disinteresse ha dei costi evidenti, anche se impliciti.

In realtà, anche qui la responsabilità sembra da dividere a metà fra gli italiani e il mondo finanziario, molto più preoccupato di insegnare i propri termini che di costruire soluzioni e racconti in un linguaggio naturale. Ad esempio: negli ultimi trent’anni, il mercato finanziario (ma anche lo Stato, con la sua narrazione sul debito pubblico) ha sedotto gli italiani con la parola “performance”. Ma non quella reale, al netto di tasse, costi e inflazione. Bensì quella nominale. Forse non è stato proprio un bene. Ricordiamo tutti quando eravamo BOT People e compravamo titoli di stato con un interesse facciale a doppia cifra,[3] apparivano i più sicuri e la migliore forma di investimento. Lo erano veramente? Non sapremmo dirlo. Questa “illusione nominale” si è protratta nei venti anni successivi, nei quali i titoli del debito pubblici sono stati sostituiti dal risparmio gestito e dalle polizze.

La centratura sulla performance nominale, senza aiutarli a ragionare in termini di costi di gestione, inflazione, tassazione o la ponderazione del rendimento per il rischio implicito, non ha aiutato gli italiani a costruirsi dei punti di riferimento solidi per valutare come allocare le proprie risorse finanziarie. Ci sono scandali finanziari a dimostrarlo. Forse sarebbe stato meglio insegnare loro a scegliere un buon consulente finanziario. Ma anche qui, l’illusione che i servizi bancari e finanziari, consulenti inclusi, siano gratuiti o comunque non valutabili, non ha giovato alla crescita finanziaria del Paese. L’arrivo di MiFID II nel 2018 potrebbe dissolvere molte illusioni, facendo scoprire agli italiani il fattore costo nei servizi finanziari e creare qualche problema di riadeguamento del suo linguaggio e della sua proposizione all’industria finanziaria. Forse, si poteva partire prima, iniziando per tempo un discorso sul tema del valore e del prezzo di questi servizi. La moderna financial literacy degli italiani parte anche da qui.

Estratto dal volume “AA.VV., Orgoglio Italia. PIR, nuovi e vantaggiosi strumenti per sostenere il Made in Italy”, PFPublishing, Milano, 2017.


[1] Si pensi, ad esempio, al fenomeno USA dei mutui subprime, dell’esproprio delle case il cui mutuo non poteva più essere pagato da chi lo aveva acceso. Oppure all’indebitamento netto delle famiglie americane e all’uso intensivo del credito e delle carte di credito, negli USA, ma non solo. La situazione italiana resta comunque differente. Diversi territori del nostro Paese che sono in testa alle spiacevoli classifiche di povertà nazionale, misurata secondo i classici parametri urbani e monetari, nascondono in realtà una microeconomia rurale di autosufficienza agricola. Pochi soldi, ma un modello di autosufficienza economica che è sì povero, ma non sotto i livelli di sopravvivenza. Come è noto, un reddito di un migliaio di euro può generare povertà sotto la soglia di sopravvivenza in alcune zone urbane (con un costo della vita elevato) o al contrario essere un reddito decoroso, in altre zone d’Italia.

[2] OECD (2017), PISA 2015 Results (Volume IV): Students’ Financial Literacy, PISA, OECD Publishing, Paris.

[3] Un esempio dai BOT annuali, valori medi approssimati (da BITA, serie storica 1983-2011):

BOT 1983= 18% lordo (inflazione media Italia 14,71%);

BOT 1993= 10% (inflazione media Italia 4,63%);

BOT 2017= 0,15% (inflazione media Italia 2016: -0,09%)